Il boom dei diplomi da casa

Sempre più si fa ricorso a quelli che attualmente vengono definiti diplomi online. Molte università e scuole di formazione da anni sfruttano il business derivante dall’offrire la possibilità di seguire lezioni sul web e di conseguire anche titoli accademici vari e diplomi di laurea online.

Anche i master si possono fare online attraverso la metodologia proposta dall’e-learning, l’apprendimento digitale, che in alcuni casi può essere unito a delle lezioni in presenza e in altri casi si limita soltanto ad internet. Possiamo affermare che nel corso del tempo c’è stato un vero e proprio boom di diplomi online, visto che l’offerta è diventata davvero molto estesa: si stimano più di 4.000 programmi digitali a livello mondiale.

Come funzionano i diplomi online

I diplomi di laurea online vengono erogati dalle università telematiche, ma anche da università tradizionali che hanno deciso di entrare a far parte di programmi e-learning, predisponendo apposite piattaforme digitali. Inizialmente il fenomeno si è diffuso specialmente negli Stati Uniti, per poi arrivare anche nel nostro Paese.

Si può studiare di tutto, dall’informatica alle scienze sociali, dalle discipline umanistiche alle scienze della formazione. I costi sono di solito abbastanza alti, visto che per i master si può arrivare anche ad un prezzo compreso tra i 5.000 e i 10.000 euro. Negli Stati Uniti uno studente che vuole usufruire dell’e-learning può arrivare anche a pagare un costo compreso tra i 30.000 e i 40.000 dollari di tasse all’anno.

L’e-learning in una prospettiva di crescita

Il diploma da casa è una tendenza rappresentata dalla formazione online certamente ha tutte le carte in regola per non esaurirsi nel corso del tempo. La didattica digitale sta aprendo ampie prospettive per le università e per le scuole di management. Gli esperti sottolineano che il punto fondamentale in questo senso non è rappresentato dalla crescita del numero dei corsi online, ma dalla risposta che si può avere dalle università tradizionali.

Esse avrebbero il dovere di sfruttare tutte le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica e digitale, per offrire dei servizi sempre più adeguati alle esigenze degli studenti. La formazione così può diventare veramente importante per garantire un miglioramento sociale non indifferente e continuo nel tempo.

Cosa cambierà in Pirelli dopo la IPO 2017

Pirelli si prepara al gran rientro in Borsa: i rifinanziamenti del debito permettono al gruppo della Bicocca un ritorno anticipato, che avrebbe dovuto vedere l’IPO nel 2018. E invece tutto è già pronto per l’ultimo trimestre del 2017.

Intesa San Paolo, JP Morgan e Morgan Stanley hanno concesso infatti un finanziamento da 1,25 miliardi di euro alla Marco Polo, realtà che controlla Pirelli: in sintesi, ciò significa un aumento di capitale per Pirelli, ossia 1,2 miliardi che verranno impiegati per rimborsare l’attuale debito.

La situazione bancaria di Pirelli verrà rifinanziata per complessivi 4,2 miliardi di euro, con condizioni migliorative rispetto a quelle sussistenti fino a questo momento. Il debito avrà quindi vita più lunga e ne verranno ridotti i costi.

L’IPO Pirelli è prevista a Piazza Affari, cioè al mercato azionario di Milano, lancio che presupporrà cambiamenti aziendali preliminari e in itinere.

Anzitutto la quotazione di CNRC: il gruppo cinese si è reso disponibile ad abbassare la propria quotazione al di sotto del 50%, a fronte del 65% attuale. Anche Rosneft e Camfin ridimensioneranno la loro partecipazione per garantire il miglior successo dell’IPO Pirelli.

Pirelli si presenterà sul mercato, per la prima volta, come pure Consumer tyre company, dal momento che il ritorno in Borsa è stato proprio consentito dalla crescita esponenziale in questo segmento, congiuntamente al divorzio con l’ormai ex sezione Industrial.

Marco Tronchetti Provera, CEO di Pirelli, ha comunicato che il filing per la quotazione sarà presentato entro fine agosto, in modo da rispettare i tempi previsti per l’IPO, che dovrebbero verosimilmente concentrarsi nel mese di ottobre. Gli introiti provenienti dall’IPO saranno impiegati per rimborsare il finanziamento da 1,25 miliardi fatto a Marco Polo.

A seguito dell’IPO, che si preannuncia un successo, Pirelli, già una delle migliori imprese etiche del nostro paese, continuerà ad intensificare i segmenti Prestige e Premium, ossia le produzioni più innovative dell’area top di gamma; questi settori hanno registrato già dal primo trimestre del 2017 un aumento dei volumi di utili grazie alla crescita della componente price/mix, incremento che permetterà a Pirelli di focalizzarsi ancora di più sul settore del lusso e delle nuove tecnologie.

Le società alimentari italiane

Quando si parla di cibo l’Italia è hai primi posti nel mondo. La nostra cucina è apprezzata in ogni angolo del globo e sono tantissimi i ristoranti italiani sparsi nelle più grandi città del mondo, e non solo. Indubbiamente è merito delle nostre ricette, preparate spesso ancora secondo la tradizione di decenni fa, ma la differenza la fanno la bontà dei prodotti che si utilizzano e i nomi, famosi, delle aziende della nostra alimentazione. Contine reading

Il “Made In” che preserva l’industria italiana

made-in-italyIl “Made in Italy“, l’eccellenza italiana nel campo industriale che non c’è più. Da sempre l’Italia è stata all’avanguardia nel mondo per cinque settori industriali: chimica, high tech, informatica, aeronautica civile e elettronica di consumo. A questi settori si potrebbe aggiungere anche quello delle automobili, anche se c’è chi è pronto a scommettere che non sarà così.

Il settore del manifatturiero riveste importanza fondamentale in ogni economia. Negli USA, ad esempio, nella classifica delle prime 10 aziende per ordine di fatturato, ben 3 sono del settore manifatturiero, mentre altre 3 sono del settore petrolifero. Se si considera che il settore petrolifero non potrebbe esserci senza manifatturiero, si comprende l’importanza dello stesso. Ecco dunque che è fondamentale averlo sempre a disposizione.

L’Italia, da questo punto di vista, come sta? Fino ad ora diremmo non proprio bene, anche in considerazione del fatto che sono sempre di più le aziende nostrane che sono state vendute all’estero, anche in Cina. Alcuni esempi sono Pernigotti (venduta ad un’azienda turca), Chianti Classico (venduta ad un’azienda cinese), Parmalat e Galbani (finite in Francia), Carapelli e Sasso (finite in Spagna), Peroni (diventata Sudafricana). L’elenco potrebbe andare avanti ancora per molto.

Come fare per preservare l’industria italiana? La politica dovrebbe dare una mano in questo senso, magari abbassando le tasse sulle imprese. Secondo l’OCSE, infatti, la crisi economica ha portato ad un accresciuto costo del lavoro. In media, lo scorso anno, un dipendente con figli a carico pagava il 38,2% di tasse, percentuale che sale fino al 47,6% nel caso di dipendente senza figli a carico. [fonte Sole24ore] Tali quote salgono di molto se si prendono in considerazione i lavoratori autonomi e arrivano ben oltre il 60%. Sono percentuali da capogiro, che indubbiamente non fanno bene all’industria italiana e al “made in Italy”, che è così costretto a svendersi.

Punto crisi italiana: crisi economica ha colpito innanzitutto le industrie

crisiLa crisi economica non ha risparmiato nessun settore: turismo, industria, terziario, tutto è più povero di qualche anno fa. Sono tantissime le persone che dal 2009 (anno di inizio della crisi, anche se in Italia è arrivata qualche mese dopo) ad oggi hanno perso il lavoro. Secondo una recente analisi che arriva direttamente dall’UE, di cui ne ha dato notizia il Corriere della Sera, per l’Italia le cose non vanno assolutamente bene e si prevede che il PIL 2013 del nostro paese sarà in calo del 1,8%. Rimane invece invariata la previsione del PIL per il 2014: +0,7%.

Uno dei settori che è risultato essere più in crisi nel corso di questi ultimi anni è quello dell’industria, con tante fabbriche chiuse e tanti posti di lavoro in meno. Tra i vari settori industriali, quello delle auto è stato uno con la peggior crescita (o con la maggior decrescita), anche in virtù del fatto che le banche hanno chiuso i rubinetti del credito, il che significa che diventa più difficile avere dei prestiti personali, magari per comprare una vettura, il che, di conseguenza, porta ad evitare di acquistare auto.

Tra le tante aziende che sono state colpite dalla crisi o dalla concorrenza, in questo caso orientale, c’è l’italianissima Mivar, che chiuderà i battenti alla fine di questo anno. Come detto dal suo patron di sempre, Giuseppe Vichi, “la Mivar non esiste più” a causa, prevalentemente, di ragioni economiche.

Il “made in Italy” non aiuta tanto, anche in considerazione del fatto che sono sempre di più le aziende del nostro paese che sono state vendute ad imprese estere.

La Mivar chiude i battenti?

mivarChiude la Mivar, storica azienda italiana produttrici di televisioni, che dal 1945 ha realizzato prodotti finiti, almeno una volta, nelle case di tutti gli italiani. Mivar nasce proprio nell’anno in cui è terminata la Seconda Guerra Mondiale, per volere di Carlo Vichi, oggi 90enne. Il nome è l’acronimo “Milano Vichi Apparecchi Radio”.

La sorte dell’azienda è legata alla fine del tubo catodico e all’arrivo dell’LCD, come ha spiegato lo stesso Vichi, sia perché i componenti di questa tecnologia sono di provenienza orientale, sia perché i costi di manodopera che la Mivar doveva affrontare erano decisamente alti rispetto ad altri concorrenti. Questo ha portato l’azienda, soprattutto negli ultimi anni, a vendere ogni pezzo in perdita, dunque la fine era inevitabile.

Dal 2001 Mivar è perennemente in perdita e l’unico motivo per cui non ha chiuso è che ogni anno il signor Vichi ripianava le perdite di tasca propria. La parabola della crisi si nota anche andando a guardare il numero dei dipendenti aziendali: nel 1998 erano circa 1.000, nel 2008 erano scesi a 500, mentre oggi ci sono circa 40 persone, che si ridurranno a 4 o 5 per i prossimi due anni, dato che si tratterà solo di fornire la garanzia legale agli apparecchi che sono stati venduti fino a questo anno.

Mivar chiude i battenti dunque? La risposta è “no”, anche se nessuno in casa Vichi vuole farsi illusioni. Il nome cambierà il Milano Vichi Arredamenti Razionali, dunque un nuovo tipo di attività che sarà guidato direttamente da Luisa e Valeria Vichi, le figlie del patron Giuseppe. Ci auguriamo che anche questo storico di Italia non vada via.

Sempre più industrie assumono online

lavoroInternet come fonte per trovare lavoro. Sono tantissime le persone che cercano un’occupazione “sondando” la rete. Internet anche come fonte per cercare forza lavoro. Sono sempre di più le aziende che si rivolgono ad internet per cercare personale da integrare, a tempo determinato o a tempo indeterminato. Nella maggior parte dei casi sono le prime le posizioni offerte (55%), mentre solo il 15% delle offerte di lavoro appartiene alla seconda fascia. Un altro 11% è invece relativo a contratti di inserimento.

Secondo una indagine che è stata compiuta di recente dal Crisp, Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità dell’Università di Milano Bicocca, in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà, il 40% delle aziende nostrane cerca lavoratori on-line, mentre un altro 32% ha intenzione di iniziare a farlo presto.

Tra febbraio e aprile 2013 sono state proposti 180.000 posti di lavoro in rete. Di essi, il 41% viene dal comparto industriale, che dunque si mostra all’avanguardia anche in questo settore, il 33% viene dal settore dei servizi e solo il 17% da quello del commercio.

Che titolo di studio viene cercato on-line dai datori di lavoro? La laurea è il titolo preferito nel 54% del casi, mentre nel rimanente 46% è sufficiente un diploma.

I siti web più usati per offrire lavoro (oltre che, ovviamente, anche per cercarlo) sono quelli specifici, come infojobs.it e trovalavoro.it , a seguire i siti di annunci, come kijiji, senza dimenticare ovviamente quelli delle agenzie interinali, come Adecco, Manpower e Umana.

La rete è dunque un mezzo sempre più usato per l’incontro della domanda e dell’offerta di posti di lavoro, sperando che sia anche un modo con cui poter diminuire la disoccupazione italiana che tanto affligge le nostre speranze di ripresa.

Lo Tsunami orientale: come le manifatture asiatiche stanno schiacciando l’industria italiana

industrie-italianeSe si gira per le strade di ogni città italiana si può notare una cosa in comune: le aziende italiane chiudono, quelle cinesi prosperano. Ovunque ci sono tanti negozi e negozietti “made in China” che si arricchiscono e si ingrandiscono, proponendo magari prodotti “made in Italy” (anche se fatti in fabbriche completamente cinesi, la cui unica peculiarità italica è quella di trovarsi entro i confini nazionali).

Perché questa tendenza? Come mai le manifatture asiatiche stanno schiacciando l’industria italiana? La risposta la si può trovare nei minori costi di manodopera che bisogna pagare per poter far costruire le cose in Cina. Sono tante le aziende italiane che hanno delle fabbriche di produzione in Cina, dato che il costo di manodopera è nettamente inferiore a quello che si pagherebbe dovendo dare lavoro ad un italiano.

Oltre a questo, è indubbio che i cinesi abbiano una certa capacità imprenditoriale che li spinge ben al di fuori dei loro confini nazionali: bar, parrucchieri, negozi di abbigliamento, superstore e da qualche tempo anche supermercati, nulla è “esente” dalle mani cinesi.

Sale il numero di imprese industriali italiane che sono state acquistate dalla Cina. Due nomi su tutti: la Ferretti che dal 1968 costruisce grandi yacht di lusso e la Cifa, che dal  ben 40 anni prima (1928) crea macchinari per l’industria del calcestruzzo. Sono entrambe aziende che sono finite sotto la bandiera rossa con cinque stelle gialle. Sale anche il numero di aziende italiane in cui il “dragone” ha qualche interesse economico e commerciale, grazie a delle partecipazioni più o meno grandi.

Come a dire: la Cina sta comprando le nostre fabbriche e noi non riusciamo a farci nulla.